20 dicembre 2018

Chi ha paura dell'uomo nero

DI MAURIZIO RIBICHINI


ASCOLTA:

Tempo fa, ormai più di due anni fa, mi contatta una associazione chiedendomi se mi interessa partecipare ad un loro progetto rivolto alle scuole primarie sul tema dell’immigrazione.

Il progetto nelle loro intenzioni era di produrre un libro a fumetti di cento e passa pagine che parlasse dell’immigrazione “ma di quella buona, perché mica tutti delinquono” dice la voce nella cornetta del telefono. Ok, rispondo, ma datemi un giorno due per riflettere sulla proposta. Rifletto e penso che gettarmi sulla produzione di un libro a fumetti di cento e passa pagine è impresa lunga e faticosa, specie per chi legge e specie quando il lettore è delle scuole primarie. E allora che fare? Perché non portare nelle classi direttamente quella cultura che si vuole esclusa a priori dalle leggi vigenti? Perché non portare nelle classi direttamente la voce e la musica di quella cultura? Ma come fare per avere una partecipazione attiva da parte dei bambini e non cadere nella retorica del tipo io racconto e tu ascolti? Bene, l’idea era arrivata. Mi metto sotto e stilo un progetto completamente diverso. Intanto strutturare il tutto come un corso, un corso diviso in due parti. Nella prima parte si parlerà della cultura africana, e nello specifico della cultura mandinga, con l’aiuto di due griot entreremo nel mondo fatto di storie magiche, di proverbi strani e di strumenti musicali ancora più strani. Nella seconda parte i bambini verranno introdotti nel fantastico mondo del fumetto e con le tecniche acquisite illustreranno le storie che hanno ascoltato. Per un totale di 12 incontri (6+6). L’intro del progetto chiudeva così: “Il corso mira a suscitare la conoscenza e l’interesse per le culture altre e contemporaneamente ad avvicinare i bambini ad una tecnica specifica di narrazione a loro più vicina come quella del linguaggio del fumetto.” Titolo del corso: ‘Chi ha paura dell’Uomo Nero’. Soddisfatto mando per mail il progetto.

Il tempo passa, la Provincia accetta la proposta e dopo poco più di un anno la stessa voce dietro alla cornetta del telefono mi comunica che a febbraio 2011 si parte. Bene, rispondo e deglutendo penso al da farsi.
Chiamo Sekou e Madya gli espongo la cosa e gli dico se nel frattempo ci vediamo per parlare di quest’idea. Tra grandi bevute di the e in un crescendo di idee ci ritroviamo pronti.

Primo giorno, presentazione con i bambini. Dopo le presentazioni di rito e l’esposizione di quello che sarebbe stato il corso, le prime parole escono incerte: “Salve… siamo qui per parlarvi delle differenze, ehm…ad esempio sapete che differenza c’è tra me e lui?” indicando Sekou che ha appena inforcato gli occhiali.


I bambini si, sono piccoli ma non sono stupidi e dire che lui è nero e tu sei bianco marca decisamente male. Con sorrisetto ebete continuo “Bene, ve lo dico io… lui porta gli occhiali ed io no” e giù risate. Ok, il ghiaccio è rotto. Abbiamo stabilito che con noi si può sorridere e quindi, di noi, ci si può fidare. Soprattutto che le differenze non stanno nel differente colore della pelle ma nei modi in cui queste persone di colori differenti vedono, costruiscono e raccontano il mondo intorno a loro.


Avevamo preparato una tabella di marcia fatta di ascolti musicali con vari racconti e piccoli test giocosi da fare. Ma la curiosità dei bambini esigeva, come nei migliori jazz club, improvvisazione e disciplina. Madya armato di kora suonava e cantava quello che Sekou andava raccontando. Io facevo dei contrappunti sui racconti che Sekou chiudeva con dei proverbi. L’immigrazione, gli immigrati erano terra lontana. Noi invece eravamo lì, presenti in carne e ossa e in musica e racconti. Mamma Africa dalla cartina geografica appesa in classe ci sorrideva.


Il nostro cavallo di battaglia divenne un proverbio che Sekou tirò fuori dal cappello inaspettatamente, quasi per magia. Un proverbio che voleva dimostrare che su questa terra non siamo soli e non possiamo fregarcene di chi ci vive intorno, se non pagando il prezzo di rimanere soli.
“Chi prende la strada del me ne frego, si ritrova nel paese del ah! se lo sapevo!”


Non so a quale traduzione si era rifatto Sekou per dare voce a questa piccola perla di saggezza. Fatto sta che i bambini la fecero da subito propria applicandola dalla classe al mondo intero.Come dargli torto, sono piccoli i bambini ma non stupidi e capire che viviamo in un mondo fatto di egoismo, ipocrisia e menzogna non ci vuole tanto nemmeno per loro. (*)

Avevamo deciso di impostare un paio di linee guida. Una su tutte era quella del rispetto verso se stessi così come per gli altri. Retorica abusata certo, ma con le armi e l’eloquenza del griot diventava acqua fresca di ruscello.


“Ci sono delle cose che non si riescono a dire senza sorridere. Una fra queste è il vostro nome. Vediamo se qualcuno di voi riesce a dire il proprio nome senza sorridere…”
I bambini più tenaci non duravano più di sei secondi, poi scoppiavano in un risolino mal trattenuto. Altri pronunciavano il loro nome sorridendo apertamente.
“Il vostro nome è importante, è una parola importante, potente, è una parola che vi accompagnerà per tutta la vita ed è per questo che non si riesce a pronunciarla senza lasciarsi andare ad un sorriso.”


Da bravi griot passammo ad illustrare la potenza della parola.
“Cosa significa secondo voi Straniero?”
“Che non è del nostro paese!”
In coro e all’unisono la classe orgogliosa rispondeva.


“Bene, ma secondo voi la parola straniero si può applicare solo alle persone o anche alle cose?”
“Anche alle cose!!!”
“Quindi sono ‘straniere’ anche le cose. Date un occhiata alle vostre scarpe, alle vostre magliette, alle matite, agli astucci, ai vostri zaini e cercatene la provenienza.”
“Cina!”
“Corea!”
“Germania!”
“Ancora Cina!”
“Mh a quanto pare siamo circondati da un mondo di cose straniere. Ma, pensandoci, noi abbiamo paura delle cose straniere? Diffidiamo di loro nonostante le portiamo con noi?”
“Noooooo” sempre all’unisono e con rinnovato orgoglio.
“Perché allora dobbiamo aver paura delle persone straniere?”


Incroci di sguardi silenziosi e sorrisi soddisfatti accompagnavano questa piccola grande scoperta. La scoperta di una parola abusata che, spostata dal suo senso abituale, acquistava un senso tutto nuovo. Straniero perdeva la sua aurea di inaffidabilità e di conseguente diffidenza.
Un bambino con la mano alzata e con una leggera vis polemica: “Ma straniero è anche quello che non conosciamo
”Sekou intercetta il passaggio e allargando le braccia e il sorriso: “Infatti. Siamo qui per conoscerci!”
Goal! Uno a zero per noi! Palla al centro.


I bambini iniziavano a capire che tutto questo li avrebbe condotti verso sentieri inesplorati, che il gioco, lo scherzo, il racconto e la musica sarebbero diventati gli strumenti per orientarsi durante il viaggio e che il viaggio stesso sarebbe stato strumento di conoscenza.
Sperimentare l’esperienza collettiva con il gioco cercando di far luce su concetti complessi sembrava l’arma vincente.


Purtroppo non fu così per la seconda parte del corso. Gli incontri stabiliti erano stati decurtati e mi trovavo a dover fare dei tagli e delle accelerazioni proprio su le lezioni del fumetto. Qui necessita una piccola parentesi. Nelle intenzioni si trattava di dare ai bambini gli strumenti per costruire una storia, non insegnando loro come si disegnano i guantini bianchi di topolino, ma come si fa a immaginare una storia.

Nel poco tempo a disposizione oltre alle cose tecniche che avrei dovuto spiegare, le inquadrature, il soggetto, la sceneggiatura, lo story board eccetera, l’argomento a cui tenevo di più era la costruzione della storia, come mettere in fila una serie di eventi e dargli un senso compiuto.


“Osservare, farsi delle domande e darsi delle risposte. É tutto qui. Ogni cosa che osservate e vi colpisce chiedetevi perché. Sempre.” Affacciandomi alla finestra e invitando i bambini a fare altrettanto: “Vedete? C’è un signore fermo sul marciapiede. Chiedetevi perché. Perché quel signore è fermo sul marciapiede? Aspetta qualcuno? E quel qualcuno chi è? Cosa è andato a fare?”“Chiedetevi sempre perché. Scrivete tutto quello che vi viene in mente senza un ordine cronologico. Poi mettete in fila le varie risposte e avremo una bozza di storia sulla quale lavorare.”Concludevo la lezione dando un appuntamento: “Alle sei di questo pomeriggio, preparatevi con quadernetto e penna, affacciatevi alla finestra e guardate fuori.” Chiedetevi perché. (**)


I bambini erano eccitatissimi di iniziare a fare fumetti ma non coglievano il legame che c’era con la prima parte del corso. Soprattutto mancava l’esperienza collettiva sulle cose apprese, bisognava correre alla realizzazione delle storie, storie ancora tutte da elaborare.
Avevano, come dire, imparato a digerire senza aver mangiato ed ora bisognava masticare.

Parlando a tu per tu con i bambini mi rendevo conto che i miei nemici erano i linguaggi di fuori. La massa indistinta di informazioni dei media, la cascata di immagini che emana la tv costruiscono un mondo caotico e irrazionale da decostruire per esser letto e raccontato poi.
Infatti, le storie che i bambini avrebbero voluto raccontare, erano in alcuni casi molto complesse e articolate per essere risolte in due battute così come il tempo a nostra disposizione ci aveva imposto.


Anzi la complessità delle storie era tale che anche uno sceneggiatore esperto avrebbe avuto bisogno di tempo per trovare le linee giuste per gli intrecci e i fili narrativi che avevano escogitato. Questo a riprova del fatto che i bambini sono piccoli, ma non stupidi.
Ma non solo.

L’esclusione del bambino dalla vita attiva e partecipata dell’adulto mi sembrava, fra le tante, una questione di linguaggio. Vero. Una volta acquisito il linguaggio (in questo caso del fumetto), le storie da raccontare diventavano ricche e dense di contenuto. Come a dire, per troppo tempo i bambini erano stati zitti a osservare, ora avevano da raccontare. Così facendo entravano compiutamente nel mondo adulto. Raccontandolo appunto.


In parte si è trattato di rielaborazioni delle storie che avevamo raccontato in classe ma aggiornate e riadattate con personaggi e attori nuovi colti tra i compagni di banco o addirittura tra di noi. Infatti, in alcune storie, i protagonisti sono Sekou e/o Madya alle prese con problemi quotidiani come il permesso di soggiorno, il lavoro, la famiglia lontana.


O anche storie di fantasia dove Madya diventava il creatore della kora chiamandola così perché si era innamorato di una ragazza che si chiamava Kora, oppure Sekou e Madya che diventavano guaritori e con i loro canti e racconti curavano un bambino finito in ospedale perché se ne era fregato del semaforo rosso ed era stato messo sotto da un’automobile.


Storie che descrivevano l’amicizia che si era stabilita fra loro, bambini bianchi, e Sekou e Madya, gli uomini neri. Un’amicizia per la quale i bambini ne andavano fieri e all’uscita di scuola davanti ai genitori ci tenevano a salutarci con la manina bene in evidenza. Noi li guardavamo andare via mentre spiegavano con fare sicuro al papà o alla mamma chi eravamo e cosa facevamo. Al dunque: chi aveva paura dell’uomo nero?




CONCLUSIONI:
Sin dall’inizio del corso ho fatto fatica a sentirmi nel posto giusto al momento giusto. Si perché lavorando con i bambini non avevo la sensazione che loro potessero cogliere fino in fondo il senso di quello che volevamo dimostrare e cioè il fatto che se esistono delle differenze fra di noi sono solo una ricchezza e come tale va considerata. Non mi sembrava che i bambini si ponessero il problema delle differenze o quanto meno non le avvertivano come tali. O meglio, capivano che si trattava di una cosa del mondo degli adulti ma era una cosa che non riguardava loro.
Fra di loro si riconoscevano come bambini. Si sentivano e si identificavano come bambini, e questo bastava. Un’Umanità Bambina.
La distanza era semmai tra noi e loro, il mondo adulto e il mondo bambino. Una distanza che abbiamo tentato di colmare togliendoci spesso e volentieri la maschera dell’adulto, cercando di dare senso e dignità a quell’umanità bambina fornendo elementi di una cultura altra che di loro ancora parla e vive.
Se si potesse sperare nell’integrità e nella conservazione del mondo bambino potremmo sperare un mondo sicuramente migliore. Con questa idea abbiamo lavorato. Abbiamo lavorato affinché, in futuro, non ci sia bisogno di noi.



RIFLESSIONI A MARGINE:
(*) i bambini si sentono soli. Sono soli. I bambini rimangono in attesa imparando le regole di un mondo già fatto, non in atto ma già fatto, un mondo che per loro verrà e verrà troppo tardi quando loro non saranno più così bambini da cambiarlo.

(**) in una di queste lezioni una bambina mi dice che lei non sa inventare storie, o meglio non gli vengono proprio in mente, meglio ancora non gli viene in mente proprio niente. La bambina ha due occhi grandi incorniciati in un viso con un’espressione già adulta, il suo sguardo serio e diretto non sfugge il confronto. Tra di me penso che non è giusto che una bambina di nove anni abbia uno sguardo così. Uno sguardo di chi non ha e non avrà sorprese in questa vita. No, non è giusto. Inghiotto a fatica la poca saliva rimasta per l’emozione e le chiedo di aspettare almeno che finisca la lezione. Poi magari ne parliamo.
A lezione finita e in disparte le chiedo timido: “Che dici ci può venire in mente una storia adesso?”
“Adesso si.”



Un sentito grazie va a:
Franci per le foto;
Daniela che è un'insegnante formidabile ma lei non lo sa;
SEKOU DIABATE e MADYA DIEBATE senza i quali questo progetto non sarebbe stato possibile;
a tutti i bambini che abbiamo conosciuto e a tutto quello che ci hanno insegnato.

Progetto Condotto nelle seguenti scuole:
SCUOLA ELEMENTARE I.C. FONTANILE ANAGNINO
SCUOLA ROSALBA CARRIERA
SCUOLA P. RENZI
SCUOLA G. CAPPONI

20 gennaio 2016

Il ritorno della "ngarà"


Kandia Kouyate - Renascence

Prima di ascoltare Renascence ho atteso qualche settimana dalla sua uscita, lasciando che il disco decantasse sulla scrivania. Avevo paura. Kandia Kouyate rappresenta per me qualcosa di speciale. La sua voce più di ogni altra ha toccato corde profonde dalla mia sensibilità musicale e personale, procurandomi l’urgente necessità di esplorare il mondo della tradizione mandinga, oltre che la loro musica.

In Mali la cercai per incontrarla. Volevo ringraziarla, e chiedergli molte cose. Purtroppo non fu possibile. Un ictus l’aveva colpita gravemente, giusto poco dopo l'uscita dei due album del progetto Mandekalou, alla fine del 2005. Quando tornò sulla scena, dopo una lunga convalescenza, La sua voce aveva perso forza e nitidezza, come fosse un’aquila con un'ala spezzata.



29 ottobre 2014

Djessou Mory Kante - River Strings


ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


Il guineiano Djessou Mory Kante è il fratello di Manfila Kante, storico leader assieme a Salif Keita della visionaria orchestra maliana Ambassadeur du Motel de Bamako, che durante gli anni 70 contribuì a fondare il nuovo sound della musica tradizionale mandinga. Sia Djessou che suo fratello nascono balafonisti, ma presto si dedicarono allo strumento tradizionale più diffuso nel continente africano: la chitarra.

River Strings non è il primo lavoro a suo nome né il primo disco strumentale che pubblica. La Popular African Music di Gunter Gretz ha già fatto uscire Lo splendido Guitar Seche, oltre alle sue colleborazioni con Manfila Kante in Kunkan Blues e con Gran Papa Diabate in Guitar Extra Dry. Ma soprattutto Djessou Mory Kante ha accompagnato molti tra i grandi cantanti e griot di Mali e Guinea, primi tra tutti Salif Keita e Sekouba Bambino Diabate.

Ma River Strings è non solo il migliore dei suoi dischi: è probabilmente – o almeno a parere di chi scrive - l’esecuzione più riuscita e che meglio rappresenta lo stile e la creatività della chitarra mandinga, una sintesi completa del tocco e delle invenzioni dei grandi chitarristi che hanno fatto la storia della musica guineana, da Sekou "le Docteur" a Sekou "Bembeya", da Manfila Kante a Ousmane Kouyate. Insomma, è un album che in qualche modo sfiora la perfezione. Tutto è impeccabile: l’esecuzione senza sbavature, la scelta dei brani tra classici e moderni, gli arrangiamenti quasi esclusivamente acustici, l’affiatamento dell’ensamble, la presenza di ospiti di eccezione quali Djelimady Tounkara alla chitarra e Haruna Samake al Kamale n’goni, la tecnica della registrazione - effettuata al mitico studio Moffou si Salif Keita, del missaggio e del mastering, la semplicità delle immagini di copertina.

Djessou Mory è un poeta capace di far parlare la sua chitarra, con la dolcezza lirica e roma ntica delle melodie e con i tortuosi e intricati sviluppi ritmici dei suoi ritmi, ispirati dagli stili tradizionali del balafon soprattutto, ma anche della kora e dello n’goni.

Il risultato è la magia delle corde, la giungla del groove, la delicatezza acustica e l’orgoglio della cultura tradizionale, improvvisazione senza fine, psichedelia funky-jazz, musica bellissima e struggente che lascia senza fiato, oppure che crea con discrezione un’atmosfera tranquilla per fare bene altro. Appena uscito è già un classico.

Autore: Djessou Mory Kante
Titolo: River Strings - maninka guitar
Anno: 2014
Label: Sterns

Tracce in ascolto
1. Nam Koura
2. Fakoly
3. Denya
4. Djando

17 settembre 2014

Il sound dell''Africa urbana - Awesome Tapes




ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")


In ogni città africana la musica è ovunque: invade l’abitacolo dei taxi, le anguste botteghe e lo spazio antistante i banchi dei mercati, quando non esplode sotto i canapè dove si celebrano matrimoni, anniversari o funerali. Come una sorta di colonna sonora accompagna il quotidiano anche di chi semplicemente attraversa distrattamente la città durante un viaggio, acquisendo il potere di evocare quel luogo e di descriverne in qualche modo l’atmosfera e la vita che vi si svolge.

Quella musica ha davvero poco a che vedere con le produzioni internazionali della “world music”. Come ognuno può immaginare il sound rozzo che viene dalle strade dell’Africa, registrato con pochi mezzi in near-live sessions e riprodotto da impianti low-fi usurati, è completamente un’altra storia rispetto al suono lindo ed equilibrato prodotto quasi chimicamente negli studi di registrazione europei: Il primo è l’Africa, il secondo la riproduce su un palcoscenico più o meno sterilizzato.

13 agosto 2014

Sia Tolno - African Woman

ASCOLTA: (Vedi "Tracce in ascolto")



Sia Tolno viene dai paesi martoriati dal virus Ebola, ed è una delle voci più originali e trascinanti emerse dal continente africano negli ultimi anni. E' inutile provare a descrivere l'intensità della sua voce nera africana, così piena di calore e ritmo, o la sua sensualità morbida e vibrante. Meglio mostrarne subito le doti nelle sue esibizioni dal vivo.


Nata a Guékédou, nella Guinea orientale vicino al confine con l Liberia e la Sierra Leone, trascorse la sua infanzia travagliata a Freetown. Grazie ad un talento innato la musica fu per lei veicolo di liberazione. Era back-vocalist con il cantante locale Steady Bongo quando scoppiò la guerra civile, quella tragedia indicibile che durò undici anni è causò la morte di oltre duecentomila persone. Sia fuggì da Fretown a Conakry nel 1995. Lavorava come cantante al Copains d’abord, un night-club di Conakry, riuscì a registrare una cassetta e, due anni dopo, rappresentò la Guinea in un festival internazionale in Gabon, dove si piazzò al terzo posto.

Da lì la sua vita cambiò. Pierre Akendengue – il celebre musucista e intellettuale gabonese, che la presentò all’etichetta francese Lusafrica. Arrivarono così le sue prime collaborazioni – Mamadou Barry e Cesaria Evora – e i suoi album solisti: Eh Sanga (2009), prodotto da Kante Manfila, My Life (2011) e infine African Women (2014), prodotto e arrangiato addirittura da Tony Allen. E qui la storia si intreccia con il grande batterista nigeriano co-fondatore dell’afrobeat assieme a Fela Kuti, e prende una piega diversa.

18 giugno 2014

Bafoulabe the band - Kankouran Ba


ASCOLTA


Bafoulabe è un luogo geografico e mitico al tempo stesso. A Bafoulabé - vicino Kayes, in Mali - il fiume Bafing, che viene dalla Guinea ed è anche chiamato il fiume nero, si incontra con il Bakoy, il fiume bianco, e insieme formano il fiume Senegal, che sfocia nell’Atlantico dopo aver percorso più di 1700 km tra le terre aride del Sahel. Pur unite nello stesso corso, le acque del Bafing e del Bakoy restano separate per diversi chilometri, mantenendo il loro differente colore.

Ma Bafoulabé è anche un luogo magico ove sono ambientate antiche storie, uno spazio simbolico che rappresenta l’incontro fecondo tra soggetti diversi. I griot raccontano che fu a Bafoulabe che un’avvenente e giovane ragazza, recandosi al fiume per riempire d’acqua la sua calabassa, incontrò Mali Sadio, l’ippopotamo nero dalle zampe bianche. Ciò accadde molto, molto tempo fa, in un tempo che più che alla storia appartiene al mito. Nonostante i due non potessero comunicare a parole, fra loro nacque un’amicizia intensa e indissolubile, fino a quando un cacciatore innamorato e geloso uccise l’ippopotamo rivale. Qualcuno racconta che quel cacciatore fosse di pelle chiara, ma probabilmente ai tempi di quegli accadimenti gli europei non si erano ancora spinti cosi dentro all’Africa. La storia è una delle più antiche della tradizione manden, tanto che in alcune versioni l’ippopotamo rinacque successivamente come lo stesso Soundjata, il re dei re che nel XIII° secolo riunì i popoli manden in un unico grande impero.

Bafoulabe simboleggia quindi l’incontro tra persone e culture diverse, all’inizio difficile, ma che con il tempo ricompensa generosamente chi ha coltivato un sincero interesse. Quell'incontro è accaduto più volte, e qui se ne presenta uno dei molti frutti.

Il gruppo dei Bafoulabé è un progetto meticcio, nel quale le radici dell’antica cultura orale mandinga e sussu dell’Africa occidentale si incontrano e si intrecciano con le modalità espressive della nuova musica popolare del nord del mondo, che si nutre di rock, di elettronica, di musica afro-americana e dei suoni globali del rap e del reggae che riempiono l’aria nei ghetti di Londra e Parigi.


Artefice e direttore ideale del progetto è Alessandro Ciaccini, personalità poliedrica e originale, ascoltatore accanito e osservatore sensibile di ogni fenomeno musicale associato alla modernità, ideatore di progetti che lo resero alchimista della scena musicale elettronica durante gli anni novanta e, più recentemente, appassionato e studioso della musica del continente africano, con un interesse specifico e quasi maniacale per la tradizione musicale mandinga e le sue evoluzioni contemporanee.

Alessandro lavora già da qualche anno con l’artista senegalese Madya Diebate, virtuoso della kora – l’arpa mandinga a ventuno corde – autore dei brani e degli arrangiamenti del gruppo dei Bafoulabé assieme al guineiano Naby “Economie” Camara, maestro dell’antico xilofono denominato balafon. Madya è un mandinka della Casamance – la regione del Senegal meridionale stretta tra la Gambia e la Guinea Bissau – mentre Naby è sussu originario di Conakry, la cui realtà urbana negli ultimi anni sta producendo alcuni tra i progetti più interessanti della nuova frontiera musicale africana.

Entrambi i musicisti hanno nella loro terra d’origine un nome che suscita rispetto e un ruolo sociale riconosciuto: sono djeli – o griot. E’ grazie alle famiglie dei djeli che, nella società africana, i saperi orali e la storia dei popoli vengono diffusi tra la gente e trasmessi inalterati nel tempo dai genitori ai figli. Essi sono ambasciatori della loro cultura, guardiani della tradizione e custodi della musica e della fabbricazione degli strumenti musicali. Per questo quando Madya e Naby suonano insieme la loro capacità di fondere le linee melodico-ritmiche dei loro strumenti in strutture particolarmente complesse e tuttavia di ritrovarsi sempre e continuamente è il risultato naturale e misterioso di quell’antica e comune eredità, praticata nelle loro famiglie e assorbita sin dalla nascita.

A completare il fronte sonoro ricco e aricolato dei Bafoulabé troviamo il percussionista Ady Thioune e il bassista e polistrumentista Djibril Gningue, entrambi senegalesi – il primo di etnia wolof e il secondo serere – provenienti entrambi dall’area di Dakar. Ady suona i tamburi tradizionali della sua terra - il djembe, oramai famoso anche fuori dall’Africa - il caldo e avvolgente bougarabou, dal suono più simile a quello di una conga - il tama, il tamburo parlante a clessidra capace di modulare il timbro grazie alla tensione variabile delle sue corde. Djibril suona il basso elettrico e il xalam, liuto senegalese a quattro corde strettissimo parente del djeli ngoni dei bambara del Mali.

Per anni gli artisti che compongono i Bafoulabé hanno affidato la loro sopravvivenza in Italia alla musica. Nel loro percorso si sono incontrati più volte con mondi musicali paralleli - la musica classica, il jazz, la musica popolare, il rock – imparando in tali occasioni a dialogare con sensibilità musicali molto diverse.


Kankuran Ba (WCD03) - la maschera della circoncisione - è il loro primo lavoro in studio, nato dopo qualche anno di frequentazione e concerti dal vivo. L’impostazione che guida il progetto deriva dalla volontà di rendere accessibili il senso e la magia dei significati originali della rappresentazione musicale grazie alla ricerca di una nuova estetica, basata sulla grammatica universale delle musiche urbane del mondo globalizzato: il rock, il reggae, il rap.

In sostanza la loro impostazione non è poi così dissimile da un classico quartetto rock, composto da chitarra – sostituita dalla kora, tastiere – qui balafon, basso e batteria/percussioni. Tuttavia la struttura è africana. Ciò implica che la melodia non prevale sul ritmo, che non si possa individuare un protagonista ma piuttosto singole parti che compongono il tutto, che lo scheletro sia un intreccio ritmico che induca alla trance, che la maggior parte dei brani abbiano un significato etico. Si tratta quindi di una ridefinizione della rappresentazione, ma non della multidimensionalità e del senso originale della musica.

Al progetto hanno partecipato anche altri musicisti. il batterista ivoriano Philippe “Kassi” Lago, che ha saputo sottolineare con efficacia e in un linguaggio ritmico comprensibile dimensioni della musica che sarebbero rimaste altrimenti implicite, e Maèil Belly alla viola, che ha aggiunto un tocco di poesia europea. Infine sono intervenuti il cantante giamaicano Charley Anderson – ex Selecter – e il maliano Kassemady Diabate, detto anche “la voce del Manden”, che ai Bafoulabé hanno regalato le loro straordinarie interpretazioni.

In veste di produttore Alessandro Ciaccini ha curato la trasformazione del linguaggio, la scelta di musicisti e ospiti, il mixaggio, il mastering e ogni altro aspetto logistico. Se il disco può suonare sui nostri sistemi stereo è grazie al suo amore e alla sua volontà. Maurizio Ribichini ha curato invece il progetto grafico ed è l'autore delle suggestive illustrazioni.

Bafoulabé rappresenta un sogno, immaginare cioè che la musica possa superare la barriera della diversità e unire i cuori delle genti in una sorta di fratellanza concreta. Oggi finalmente è anche in vendita, su CD Baby in formato MP3 o direttamente quì su TP Africa (guarda in alto a destra) in formato CD.




Autore: Bafoulabé The Band
Titolo: Kankouran Ba
Anno: 2014
Label: Whallai Records

Brani:
1. Duwa Den (Homage a Aby Bamba)
2. Allah Tento Kila Tento (Honesty Is Not for Everyone)
3. Farafina Nganà (Africa)
4. Fanta (Friendship)
5. Kanù (Somebody to Love)
6. Domà (Power Corrupts)
7. Kilagnima (The Prophet)
8. Kankouran Ba (A Hard Appointment)
9. Senò (Dignity of Labor)
10. Julà (Moving Forward)
11. Karan Balià (Ignorance Is Oblivion)
12. Gabu Dread (Gabu's Blood)

BRANI IN ASCOLTO:
1. Duwa Den (Homage a Aby Bamba)
2. Farafina Ngana - pre-mix (unreleased) version

21 maggio 2014

Toumani & Sidiki



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Sidiki-ba vuol dire Sidiki il grande. All'inizio era un auspicio e un destino, poi è diventata una realtà.

Suo padre Toumani e suo nonno Sidiki Diabate ridefinirono canoni e confini della kora tradizionale. Fu con loro che l'antica scienza della kora si trasferì in Mali dalla Gambia. Fino ad allora l'arpa mandinga a ventuno corde serviva ad accompagnare i djeli nel canto e ad abbellirne le storie, ma Sidiki la tramutò in strumento solista e solitario, donandole la parola. Toumani ereditò la kora dal padre, e fu il primo a rivoluzionarne il carattere prettamente ritmico e percussivo – tipico dello stile gambiano – e ad esaltarne il potenziale melodico. Sotto le sue dita l'accordatura divenne elemento rigoroso e calibrato sulla scala temperata, aprendo di fatto la kora alla possibilità di suonare assieme a strumenti di origine europea. Con il suo tocco gentile Toumani consolidò la prevalenza armonica della musica per kora grazie alla distinzione tra linea di basso, linea ritmica e linea melodica.

Lavorando sull’armonia Toumani si è concentrato anche sulle varianti di accordatura. In The Mande Variation ha introdotto la “Egyptian tuning”, mentre in Toumani 6 Sidiki ha affiancato alle accordature classiche quali Sauta e Silaba quella egiziana e l’antica accordatura gambiana chiamata Tomora Meseng, o Tomora diminuita.


Sidiki nonno fu il primo a registrare un disco di musica per due kora. Erano gli anni ’70, e il suo Cordes Anciennes assieme a Djelimady Sissoko e a Batourou Sekou Kouyate rappresenta ancora oggi la pietra angolare della kora moderna. Vent’anni dopo uscì New Ancient Strings, il duetto di Toumani Diabate e Ballake Sissoko, entrambi figli di due dei tre musicisti coinvolti in quella prima giungla acustica di corde. Dalle note di copertina di Toumani & Sidiki, redatte da Lucy Duran, veniamo a sapere che il progetto originale di New Ancient Strings doveva coinvolgere non Ballake, ma lo stesso nonno Sidiki, che purtroppo scomparve poco prima della realizzazione di quell’album. Doveva essere “Sidiki & Toumani”.

Toumani & Sidiki può essere dunque considerato il terzo episodio di una serie di duetti di kora registrati con cadenza ventennale all'interno della famiglia Diabate, che più di ogni altra si è fatta artefice dell'evoluzione di quello strumento. Se lo si legge da questa prospettiva l’ascolto si carica di una multidimensionalità tutta da scoprire.

Sidikiba ha soltanto ventiquattro anni, e nelle sue dita possiede tutto il fuoco di chi si fida della propria curiosità. Qualche anno fa Toumani raccontava: “quando non sono in casa Sidiki sperimenta di tutto. Con i suoi amici suona jazz, rock e usa l’elettronica per modificare il suono leggero della sua kora. Ma quando arrivo a casa cambia modo di suonare, forse per timidezza, forze per rispetto. Con lui sono severo come lo fu mio padre, ma in cuor mio desidero che trovi la sua strada.” Oggi Sidiki è conosciuto dalla gioventù di Bamako soprattutto per la sua produzione hip-hop assieme al rapper Iba One. Ma Toumani & Sidiki è un disco di pura musica tradizionale contemporanea, anche se in questo caso la tradizione non rappresenta una gabbia, ma un sistema da ridefinire e ampliare.

Così come per le accordature, anche la scelta dei brani riflette una ricerca sofisticata che mette insieme radici antiche e soluzioni nuove. Si tratta di brani tradizionali reinterpretati in chiave originale, del resto i djeli raramente creano composizioni proprie, non è il loro compito. Anche se rinominate con titoli che richiamano fatti e personaggi tratti dalla contemporaneità, molte tracce vengono dal repertorio tradizionale della Gambia, brani amati dal vecchio Sidiki e dal suo zio e maestro Amadou Bansang Jobarteh. Forse è una concessione alle attitudini e alle preferenze del giovane Sidikiba, il quale ha suonato assai più con lo zio Madou che con suo padre, ed è possibile che sia attratto più dal dinamismo intricato della kora gambiana che dal lirismo romantico che caratterizza il suono maliano.

L'unico brano originale dell'album porta il titolo triste e magnifico di Lampedusa, ed è dedicato all'isola che per molti africani e maliani rappresenta il miraggio della porta di accesso alla terra promessa, mentre quasi sempre si rivela essere l'incubo di una nuova Gorée - la storica isola dove gli schiavi venivano ammassati e venduti prima di partire per il nuovo mondo. Il brano è dedicato ai vivi e ai morti e piange per entrambi, e per coloro che ai viaggiatori affidano le loro speranze.

La musica di Toumani & Sidiki è di una bellezza mozzafiato. Qualcuno lo definisce il miglior disco per sola kora dai tempi di New Ancient Strings, e non ha torto. Nella dinamica tra padre e figlio Toumani mantiene il comando. Introduce i brani, presenta i temi e li sviluppa con grazia e vigore, riempendo la scena di quella magia che solo lui possiede, e che sa infondere nella musica ogni volta che tocca anche solo una corda. Le due kora suonano meravigliosamente acustiche e naturali grazie allo schema intricato di molti microfoni.

Sidikiba è seduto sulla destra della scena, inventando soluzioni nuove sia nell'armonia che nei ritmi. Il suo azzardo non ha nulla a che vedere con gli effetti speciali, ma sta nell’imprevedibilità di una dissonanza, o di una sequenza asimmetrica di vuoti e pieni. le sue fughe aggrovigliate sono lontane dello stile consolidato del padre. A volte sono aspre, quasi acerbe, altre sono precipitese e azzardate, persino impercettibilmente incerte. Ma quello che rimane è la sorpresa. L'unione tra padre e figlio ha generato un equilibrio magico di forza, poesia e vitalità, e nuove evocazioni archetipiche emergono ad ogni ascolto. La musica inizia, e si vorrebbe non finisse più.




Autore: Toumani Diabate & Sidiki Diabate
Titolo: Toumani & Sidiki
Anno: 2014
Label: World Circuit

Brani:
1. Hamadoun Toure (trad.: Jula Jekere)
2. Claudia & Salma (trad.: Tabara)
3. Rachid Ouiguini (trad.: Myniamba)
4. Toguna Industries (trad.: Chung Kamba)
5. Lampedusa (original)
6. Bagadaji Sirifoula (trad.: Haidara Sirifo)
7. Tijaniya (trad.: Nin Ko Ni Ka Di Sa)
8. Dr Cheikh Modibo Diarra (trad.: Dorokuta)
9. A.C.I. 2000 Diaby (trad.: Jaka)
10. Bansang (trad.: Nya Wuleng)
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